mercoledì 17 giugno 2015

Città metropolitana: così non funziona…


La legge di stabilità 2015 ha delineato un percorso certo verso un dissesto programmato delle Città metropolitane, come certificato il mese scorso dalla Corte dei Conti (rapporto sul sito web). Una evidente scelta politica, quella di portare sull’orlo del burrone economico i nuovi enti, dovuta alla loro intrinseca debolezza sul tavolo delle trattative nazionale. Di riflesso anche la strada verso l’Unione Europea e i suoi bandi di finanziamento è irta di ostacoli. ''Parlamento riveda norme, oppure si rischia di finire nel burrone''. Questo allarme è stato lanciato il 4 marzo scorso dal sindaco metropolitano di Milano, Giuliano Pisapia, al termine della relazione sui conti della Città metropolitana con il buco di 114 milioni di euro. Il sindaco ha sottolineato “… che la situazione è disperata e disperante”, definendo “vergognoso” che il 47% degli introiti della Città metropolitana siano dirottati da Milano a Roma. Un federalismo alla rovescia, che di fatto azzera il progresso culturale e politico iniziato negli anni ottanta. La riforma Delrio per le Città metropolitane (C.M. in seguito) aveva acceso tante speranze, per il fatto di essere una riforma innovativa e coraggiosa in alcune scelte. Però, gestita dal Governo con grande difficoltà, come dimostra la sequenza di interventi dopo l’approvazione, con voto di fiducia, della riforma Delrio, la legge 56/14, a fine marzo 2014.
Un continuo taglia e cuci che non sposta il problema di fondo: la legge Delrio assegna al sindaco del comune capoluogo la carica di  sindaco metropolitano, con ampi poteri amministrativi, apparentemente forti, ma con peso politico molto scarso.
Il sindaco del capoluogo l’anno scorso poteva anche essere compiaciuto dell’allargamento delle sue funzioni sul territorio, ma ora, di fronte al collasso economico degli enti impostato con la legge di stabilità, si ritrae, concentrandosi sui suoi compiti originari. Le urne sono vicine, il prossimo anno si voterà a Torino, Milano, Napoli e forse a Roma con l’elezione diretta del sindaco del capoluogo (che vale doppio, visto che automaticamente diventa sindaco della C.M.). Pesano di più gli elettori del capoluogo, che quelli metropolitani, che subiscono le scelte di altri. Il ripristino dell’elezione diretta è auspicabile e sarà possibile al verificarsi di alcune condizioni.
A Milano, se il Parlamento approverà una apposita legge elettorale nazionale per le città metropolitane, appena il comune avrà approvato le nuove Municipalità, sarà possibile l’elezione diretta del sindaco e del consiglio metropolitano. Purtroppo non si hanno notizie di proposte presentate dalle forze politiche o dal Governo, né di disegni di legge presentati alla Camera o al Senato. C’è da darsi da fare per arrivare ad avere una legge elettorale per le città metropolitane in tempo utile per il prossimo maggio, altrimenti si rimane nel limbo fino al 2021, per cui su sollecitazione della lista civica la “Città dei Comuni”, con l’avv. Felice Besostri, si è messo a punto la proposta Besostri-Comero.
E’ una proposta di legge elettorale per le città metropolitane che utilizza il sistema maggioritario, a collegio unico per il sindaco, con collegi uninominali per i consiglieri al fine di rafforzare il legame con il territorio.
L’elezione diretta non è la panacea di tutti i mali, ci sono molte controindicazioni, come si è visto a Milano negli ultimi decenni. Per questo si è cercato un giusto equilibrio tra i vari organi, tra chi decide e chi controlla, senza bloccare il sistema su logiche di maggioranze prefigurate.
Non va bene che Milano rimanga con questa debolezza di fondo fino al 2021, c’è da assicurare con l’elezione diretta una maggiore autorevolezza politica sia al consiglio che al sindaco metropolitano.

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